E' stato detto che la foresta è per la Russia ciò che i fiordi sono per la Norvegia o le Alpi per la Svizzera; vero oceano verde, parte integrante del paesaggio, essa assurge a simbolo della continuità nazionale. Ma la foresta non è solo questo, è anche un inestimabile patrimonio per lo sviluppo economico e industriale del paese. E' in questo modo che Leonid Leonov innesta l'elemento "natura" nel vivo della storia e della politica sovietica. La foresta russa diventa il centro di un conflitto ideologico e scientifico che vede schierati in campi opposti i due silvicultori protagonisti del Vichròv, l'uomo semplice e ingenuo che sembra racchiudere in sé i valori più schietti del popolo russo, e Gracianskij, l'intellettuale ambizioso, di sapore dostoevskiano, che affonda le sue radici nello scomparso mondo zarista. Il contrasto che ne deriva serve al Leonov a delineare le luci e le ombre del mondo sovietico, così come il personaggio di Pòlja, la giovane figlia di Vichròv, ci permette di capire la diversa mentalità delle giovani generazioni. Questo importante romanzo, vera epopea di storia russa che giunge sino alla seconda guerra mondiale, alterna a pagine bellissime di un alto naturalismo lirico, altre che potranno non convincere il lettore occidentale; ma ci sembra che anch'esse forse più delle prime, concorrano a darci il senso di ciò che è stata, e per certi versi è ancora, la realtà sovietica.