Gnam! Storia sociale della Nutella
2003
Gigi Padovani
La Nutella non è una semplice crema da spalmare ma rappresenta una fetta della nostra vita e del nostro immaginario. Gigi Padovani racconta la storia e la mitologia di questo universo semiotico (e alimentare) racchiuso in un barattolo. Adottata dagli ex-sessantottini ma anche portabandiera ufficiale del nostro Paese (al pari della pasta o dell’alta modo), la Nutella è riuscita a ‘tagliare’ trasversalmente le ideologie ma soprattutto a riconciliare una cultura profondamente cattolica come quella italiana con il puro piacere. L’ascesa della Casa madre (passata in pochi anni da laboratorio artigianale a holding multinazionale), le campagne pubblicitarie, la ‘dipendenza’ dei Vip, i significati sociologici e il valore mediale della parola Nutella hanno fatto di questo prodotto una ‘metafora del desiderio’. Un mix di marketing e genio artigianale (uniti dall’ineffabile quid che fonda ogni merce di culto) si trasforma così in un singolare strumento per comprendere significati e cambiamenti del tempo che vivviamo.
INCIPIT DEL LIBRO:
Nella casa sulla collina il silenzio avvolge tutte le stanze. Il fruscio dell’Ibm mi tiene legato alla tastiera, nel bagliore della lampada Tizio ormai rovente. Ho finito di scrivere. Tutto il lavoro ora è condensato in tre dischetti neri, pronti ad essere spediti al mio editore. Mesi passati a rubare tempo al sonno, a indagare archivi editoriali, a navigare in Internet, a fare interviste, a scartabellare negli uffici anagrafe e nei registri delle parrocchie. E poi leggere, riassumere, catalogare, scrivere.
Il computer ronza più sornione del solito. L’hard disk dentro la colonna gira tranquillo. Memorizzando con il mouse sul pad della Tucano che riproduce una fetta di pane spalmata di crema marrone, dopo il clic sento lo sfrigolio dentro la torre a fianco del video, come quando un cacciavite passa veloce su un pettine.
Ultimi gemiti della macchina. Dal salvaschermo Nanni Moretti mi guarda, in bianco e nero, con il barattolone a fianco e una fetta di pane in bocca, a torso nudo, capelli lunghi e sguardo estatico. Ho trovato l’immagine nel sito di un fanatico morettiano e naturalmente l’ho salvata e scaricata dalla rete. Mi ha accompagnato in tante notti di lavoro: psicologia, filologia, marketing, sociologia, storia.
Ciao, Nanni. Abbandono Windows. Apro la finestra “chiudi sessione”. Clicco su “arresta il sistema”. Musichetta. Collasso. Si spegne tutto e dalla colonna emerge un suono di frizione che si arresta, come la dinamo della bicicletta. E un piccolo, impercettibile “flop”. E’ diverso dallo sfarfallare della televisione che si spegne. Qui è un mondo che si chiude, quando stacco l’Ibm.
Fa caldo. La Tizio nera scalda. La sedia in pelle nera anche. La fratina in noce scuro restituisce il calore del video e della lampada. Penso: bisogna aprire le finestre. Cambiare un po’ l’aria.
Scendo le scale e mi fiondo in cucina. Lassù, nell’armadietto sopra l’acquaio, nel punto più alto del terzo ripiano, quasi inaccessibile, dove il nostro architetto superfigo ha stabilito la “zona contenimento”, come la chiamava lui, c’è qualcosa che mi aspetta. E’ nascosto dietro a un barattolo di tè e a una scatola di biscotti. No, anzi, c’è pure un vasetto di uva passa, quella da mettere dentro le torte. Ma Lei c’è. Me l’ha regalata una collega quando ha saputo che avrei scritto questo libro. Me l’ha spedita con Dhl da Milano, in una busta di carta marrone con dentro i bolli in plastica per gli oggetti preziosi. Le ho detto: “Grazie, la apro soltanto quando ho finito”.
Adesso posso farlo. Afferro il barattolo di vetro. Lo soppeso. E’ pieno. Bene, mia figlia Alice forse ha avuto paura di ritrovarsi con una esplosione di brufoli e l’ha lasciato al suo posto. L’ultima volta che mi era venuta una voglia notturna, ore tre della mattina dopo una “lunga” passata al giornale, avevo ritrovato semi-vuoto il contenitore della passione. Lo spazzolamento era stato abilmente camuffato, lasciando un velo marrone sulle pareti. Tra l’invitante etichetta, sulla quale campeggiano fetta di pane spalmata di crema, coltello a spatola, bicchiere di latte e due nocciole, e il tappo bianco zigrinato c’è una piccola feritoia: risultava ancora marrone, senza contaminazioni. All’interno invece il vasetto pareva una voragine dopo un temporale a Napoli: un pozzo senza fondo, con le pareti appena sporcate da un velo di prodotto scuro. Così quella volta avevo dovuto rinunciare: in casa se ne sarebbero accorti tutti.
Ma stavolta è diverso. Stavolta ho diritto ad affondare il cucchiaino. Niente coltello, niente spatola. Scucchiaiamento puro, libidine totale, consolazione assoluta. Di notte, nel silenzio, clandestinamente. Come si conviene al consumo di ogni genere voluttuario. Oscar Wilde ha scritto che le cose buone o fanno male o sono proibite. Questa è una eccezione, meglio approfittarne.
Il barattolo è pieno. Un classico 400 grammi. Constato girando la ghiera del coperchio che è ancora illibato. Il massimo. Procedo....