Nella letteratura del Novecento, queste pagine sono una carica di esplosivo. Ma come innocente e mite, come atterrito del proprio gesto, il dinamitardo che la lancia. Scritta nel novembre 1919, Kafka affidò questa Lettera alla madre, che gliela restituì senza averla mostrata al destinatario. Essa ci mostra, in tutta la sua tremenda aggressività, il diritto paterno di amare senza capire e di credere nell’efficacia di un simile amore: a cui il figlio oppone il diritto di smascherare l’aggressione. Ma «la vita non si può calcolare»: questa piccola frase insinua di scorcio una di quelle parole di Kafka che, per un attimo, appaiono la sua ultima parola. In questo limpido e inesauribile capolavoro è forse la chiave del loro messaggio.