
Nei primissimi anni del '500, il Rinascimento italiano tocca il suo apogeo, grazie alla felice congiuntura determinata dall'incontro tra le ambizioni universalistiche di papi come Giulio II Della Rovere (1503-13) e Leone X Medici (1513-20), che sognano di far rivivere, nel segno della Chiesa di Cristo, i fasti e l'immagine dominatrice dell'antica "Roma caput mundi", e il vertiginoso talento di artisti come Bramante, Michelangelo e Raffaello, capaci di rendere tangibile e visibile questo sogno, elaborando un linguaggio architettonico e figurativo che non si limita ad imitare forme e contenuti dell'antichità classica, ma ambisce ad emularne l'elegante splendore e l'ineguagliata magnificenza. Seguendo l'esempio di Giulio II e di Leone X, Agostino Chigi il Magnifico, questa sorta di re Mida della finanza pontificia, profuse gran parte dei suoi denari in splendidi edifici, opere d'arte, banchetti e apparati festivi allietati da memorabili spettacoli teatrali, ingaggiando molti tra i massimi artisti del suo tempo: dal conterraneo Baldassarre Peruzzi a Raffaello, da Sebastiano del Piombo, che egli stesso convinse a spostarsi definitivamente da Venezia a Roma, al Sodoma e allo scultore fiorentino Lorenzetto, per limitarsi a coloro cui affidò gli incarichi di maggior impegno e prestigio. Agostino Chigi, l'unico committente laico in grado di gareggiare in munificenza artistica con i più potenti tra i cardinali e con la stessa corte papale, fu uno dei grandi protagonisti di quest'età dell'oro, tanto ricca e feconda da forgiare un linguaggio artistico destinato ad imporsi come modello supremo per i secoli a venire, ma anche così spensierata da ignorare le nere nuvole scismatiche che si andavano addensando.